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Nel corso degli ultimi quindici anni, i Social Network si sono ‘evoluti’, gradualmente ma senza sosta, in quella che oggi somiglia sempre più ad un’estensione della vita quotidiana.
Per molte persone, non rappresentano più semplici ambienti virtuali, da consultare o attraverso cui interagire saltuariamente, bensì una sorta di ‘seconda esistenza’. Plastica, artefatta e spesso illusoriamente patinata, ma anche prodiga di informazioni e notizie, nonché di opportunità, concrete e attraenti.
I Social Network sono diventati i luoghi, più o meno confortevoli ma pur sempre familiari, in cui si lavora, ci si aggiorna, ci si confronta e, a volte, ci si smarrisce in peregrinazioni interminabili: da un profilo all’ altro, da un post al successivo, attraverso sequenze incessanti di video, storie e immagini di ogni tipo.
In tale scenario, la maggior parte delle attività correlate al loro utilizzo, generalmente definite da anglicismi coniati ad hoc – come ‘scrolling‘ (letteralmente tradotto ‘scrollare‘ in riferimento ai contenuti dei Social) – lasciano intravedere effetti collaterali e lati ombra che, nei migliori dei casi, si traducono in perdite di tempo o spreco di risorse attentive.
Tuttavia, l’utilizzo inconsapevole ed istintivo dei Social Network nasconde pericoli ed effetti ben più insidiosi, a partire da forme variamente accentuate di dipendenza fino a sconfinare in vere e proprie crisi identitarie o comportamenti reattivi privi di controllo e regolazione emotiva.
La domanda che oggi dobbiamo porci non riguarda quindi la qualità, “buona” o “cattiva” dei Social Network, bensì che cosa accade nel nostro cervello quando l’esposizione diventa continua, quando la connessione non si interrompe mai e quando l’identità digitale inizia a ‘valere’ quanto – o più – di quella reale.
I Social Network infatti, come ogni altro strumento che il progresso tecnologico e mediatico ha reso fruibile, di per sé non detengono una valenza positiva o negativa, in termini di impatto sulla nostra Qualità di Vita e sulla nostra Salute Mentale: è l’utilizzo che ne facciamo a conferire loro il potere di influenzare, in meglio o in peggio, i nostri equilibri psicologici e quotidiani.
Quindi, oltre ad essere disposti ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, per comprendere a fondo i rischi derivanti dall’interazione tra la mente umana e gli ambienti virtuali dei Social Network, è necessario far luce sulle variazioni neurofisiologiche più vistose che è in grado di innescare.
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Innanzitutto, è fondamentale comprendere che il nostro cervello, così come il nostro sistema nervoso, è strutturato per gestire un flusso di stimoli limitato, alternato a momenti di pausa, silenzio, recupero.
La ‘vita digitale’, invece, è scandita da un flusso interrotto di notifiche, messaggi, aggiornamenti, contenuti audiovisivi, commenti, reazioni. E ognuno di questi stimoli ha un impatto diretto sul nostro sistema neuroendocrino, in particolare sul circuito dopaminergico, che correla con le sensazioni di “ricompensa” o di “gratificazione” ed è coinvolto nei comportamenti di ricerca del piacere attraverso il cibo, le sostanze, le conferme, o le validazioni di tipo emotivo.
In altre parole, ogni volta che ‘scorriamo’ sui nostri dispositivi attraverso i variegati scenari dei Social Network, il nostro cervello si aspetta una piccola ricompensa: un ‘like’, una visualizzazione, un commento positivo, un messaggio.
Ma oltre questa inconsapevole ricerca di approvazione o di gratificazione si cela un bisogno neuropsicologico ben più insaziabile, che è quello della dopamina, la cui mancanza provoca cali di umore, apatia, nonché vere e proprie crisi di astinenza: ecco spiegata, in estrema sintesi, il fenomeno di dipendenza dai Social Network.
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Inoltre, rimanendo costantemente ‘connessi’, il cervello non è mai indotto a compiere un’operazione di “conclusione”, e mantiene una configurazione di vigilanza continua, perché le nostre aspettative ci suggeriscono le gratificanti eventualità di visualizzare un messaggio, una notifica, un commento, una richiesta.
Questo stato di allerta, anche se lieve, attiva ripetutamente i circuiti dello stress. Non è un caso che molte persone riferiscano:
- difficoltà di concentrazione
- irritabilità
- fatica mentale
- sonno disturbato
- senso di sovraccarico
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Ciò che accade è che il cervello, semplicemente, non riesce più a distinguere ciò che è urgente da ciò che è soltanto presente.
Un altro rischio, sottile ma elevato, dell’ iperconnessione è la trasformazione della relazione: i Social ci danno l’illusione di essere costantemente in contatto, ma spesso si tratta di un contatto superficiale, frammentato, privo di profondità emotiva.
Le neuroscienze sociali ci ricordano che il cervello ha bisogno di segnali complessi per consentirci di sperimentare un senso di connessione, e questi segnali includono il tono di voce, lo sguardo, la postura, la mimica e le micro-espressioni facciali.
Per sopravvivere all’estrema digitalizzazione della vita ma anche per appropriarsene in termini creativi, l’Animo umano necessita di un nutrimento autentico e ‘vivo’, che può trarre dai legami salutari e sensoriali con persone affini, ma anche con gli animali o attraverso il contatto diretto con il mondo vegetale e ambientale.
L’Anima si alimenta attraverso il processamento neurosensoriale delle forme e dei colori che Madre Natura ha seminato nello sconfinato campo della Creazione, o anche grazie ad esperienze reali ed emozionalmente intense di tipo relazionale, artistico o esplorativo. E in quest’ottica, per quanto in costante evoluzione, la comunicazione digitale non può neppure lontanamente sostituire tale ricchezza di input.
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A questo riguardo, sono molti gli studi scientifici che evidenziano come un uso intensivo ed inconsapevole dei Social Network correli con l’aumento di sensi di solitudine o di inadeguatezza, ma anche con l’attitudine al confronto sociale negativo e all’ansia da prestazione.
Inoltre, per svolgere le sue funzioni in pieno equilibrio e salute mentale, il cervello umano ha bisogno di cicli, in cui si alternano attivazione e recupero, stimolo e pausa, presenza e assenza. L’iperconnessione rompe questi cicli: non è tanto il tempo trascorso online a creare problemi, quanto l’assenza di spazi vuoti, di momenti in cui la mente può vagare, riposare, elaborare.
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Oggi, la moderna ricerca neuroscientifica è in grado di mostrare che:
- la creatività aumenta quando la mente ha tempo per la “divagazione spontanea”
- la memoria si consolida durante le pause
- la regolazione emotiva migliora quando non siamo bombardati da stimoli
- la capacità decisionale cala quando siamo continuamente interrotti
In altre parole: non è la connessione ad esaurire le nostre risorse, è la continuità della connessione.
Un altro aspetto cruciale riguarda la costruzione dell’identità. I social ci spingono ad esporci, raccontarci, mostrarci. Questo può stimolare la nostra attitudine a metterci in gioco ma può anche generare una pressione costante nello sforzo di risultare sempre attraenti, coerenti, interessanti, o anche soltanto presenti nelle circostanze adeguate ai nostri profili social.
Il cervello, soprattutto in età adolescenziale, è estremamente sensibile al giudizio sociale: i ‘like’, i commenti, le visualizzazioni diventano quasi inesorabilmente indicatori del valore personale, anche quando, razionalmente, si è in grado di comprenderne la natura effimera e superflua.
Le neuroscienze applicate allo sviluppo mostrano che la corteccia prefrontale – responsabile della regolazione emotiva e del senso critico – “matura” molto lentamente rispetto ai circuiti neurali della ricompensa, e questo spiega la particolare vulnerabilità dei più giovani all’iperconnessione: il loro sistema neurale ricerca approvazione, ma non ancora gli strumenti per gestirla.![]()
Per avviarci nella direzione di un utilizzo consapevole dei Social Network quindi, la soluzione non è tanto la ‘disconnessione’, bensì quella di strutturare ogni giorno, consapevolmente e con forza di volontà, le nostre capacità di scelta, decisione, discernimento.
Demonizzare i Social Network non ci condurrà lontano dai loro effetti collaterali né, tantomeno, li risolverà: sono strumenti straordinari, che hanno rivoluzionato la comunicazione, la creatività, l’accesso all’informazione.
In questo senso, la vera sfida è difendere o recuperare, la nostra capacità di discernere tra i contenuti che vogliamo vedere e quelli che invece vogliamo ignorare, le relazioni che possiamo nutrire, gli interessi che siamo pronti a condividere e, soprattutto, gli spazi, i limiti ed i confini che dobbiamo proteggere con la massima cura.
Bibliografia
- Turkle, Sherry. “Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other.” Basic Books, 2011.
- Rosen, Larry D., et al. “The Impact of Social Media Use on Social Skills.” Computers in Human Behavior, vol. 29, no. 3, 2013, pp. 124-131.
- Andreassen, Cecilie Schou. “Online Social Network Site Addiction: A Comprehensive Review.” Current Addiction Reports, vol. 2, no. 2, 2015, pp. 175-184.