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Neuropsicologia della Presenza Mentale: l’Arte di Abitare l’Esperienza

Autor: Maria Chiara Colli – segui su:

Per secoli, le grandi tradizioni sapienziali hanno attribuito alla Presenza Mentale un valore fondamentale, riconoscendola come una condizione di particolare lucidità, consapevolezza e contatto con l’esperienza. Nelle discipline contemplative orientali, così come in alcune correnti della filosofia occidentale, la capacità di abitare pienamente ciò che si sta vivendo è stata considerata una delle condizioni essenziali per conoscere se stessi e sviluppare una relazione più equilibrata con il mondo.

Per molto tempo, tuttavia, questa condizione è stata descritta prevalentemente attraverso un linguaggio filosofico, spirituale o introspettivo. Oggi le neuroscienze hanno aperto una prospettiva ulteriore: la Presenza Mentale può essere studiata anche attraverso i suoi correlati neurobiologici, osservando come cambiano l’attività, la connettività e, in determinate condizioni, alcune caratteristiche strutturali del cervello.

Grazie alle tecniche di neuroimaging, in particolare alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) e alla risonanza magnetica strutturale, i ricercatori possono indagare quali aree cerebrali partecipano ai processi di attenzione, consapevolezza corporea, monitoraggio dell’esperienza e regolazione emotiva. Queste ricerche hanno individuato il coinvolgimento di alcune grandi reti funzionali, la cui interazione sembra avere un ruolo significativo nella capacità di essere mentalmente presenti. Non si tratta, dunque, di un fenomeno mistico o indefinibile, ma di una condizione psicologica che possiede correlati cerebrali osservabili e misurabili.

È importante precisare che la Presenza Mentale non corrisponde all’attivazione di un singolo circuito né a un semplice passaggio da un sistema cerebrale a un altro. È piuttosto il risultato di una complessa coordinazione tra reti neurali che collaborano nella gestione dell’attenzione, nella consapevolezza di sé e nell’elaborazione degli stimoli interni ed esterni.

Oltre il «qui e ora»: il significato dell’ADESSO

L’espressione «qui e ora», ormai ampiamente diffusa nel linguaggio comune, viene spesso utilizzata per descrivere la Presenza Mentale. Eppure, pur essendo intuitiva, non ne restituisce completamente il significato.

Essere presenti non significa semplicemente trovarsi fisicamente nel luogo in cui si è, né concentrarsi esclusivamente su ciò che accade nell’ambiente circostante. Significa, più profondamente, essere consapevoli dell’esperienza mentre essa si manifesta: delle sensazioni corporee, dei pensieri, delle emozioni, delle percezioni e degli stimoli ambientali, senza lasciarsi trascinare automaticamente da essi.

La mente, infatti, può essere fisicamente collocata nel presente e, contemporaneamente, vivere altrove: ripercorrere mentalmente una conversazione, anticipare un problema, immaginare un esito futuro o rimuginare su un errore. In questi casi siamo presenti con il corpo, ma non necessariamente con la consapevolezza.

Per questa ragione, una sintesi linguistica più essenziale e, a mio avviso, più autentica è ADESSO.

L’ADESSO non indica soltanto una coordinata temporale. Esprime una particolare modalità di relazione con l’esperienza: la capacità di riconoscere ciò che sta accadendo nel momento stesso in cui accade, senza essere assorbiti dalla narrazione mentale che continuamente costruiamo intorno agli eventi.

Essere nello stato di ADESSO non significa dimenticare il passato, rinunciare a progettare il futuro o interrompere il pensiero. Significa poter accedere a queste attività mentali senza esserne continuamente catturati, mantenendo la possibilità di scegliere dove orientare la propria attenzione.

Le tre grandi reti cerebrali coinvolte nella Presenza Mentale

Le ricerche neuroscientifiche hanno individuato tre sistemi funzionali particolarmente importanti per comprendere i processi attentivi e di consapevolezza associati alla mindfulness: il Default Mode Network, il Central Executive Network e il Salience Network.

Queste reti non lavorano separatamente e non si alternano secondo uno schema rigido. Interagiscono continuamente, modulando il proprio contributo in relazione alle richieste dell’ambiente e allo stato mentale dell’individuo. La loro collaborazione consente di passare dalla riflessione interna all’attenzione sull’esperienza, riconoscendo quando è necessario modificare il proprio orientamento attentivo.

Default Mode Network: il sistema della mente che divaga

Il Default Mode Network (DMN), o rete a modalità predefinita, comprende diverse regioni cerebrali, tra cui la corteccia prefrontale mediale e la corteccia cingolata posteriore.

È particolarmente coinvolto nei processi mentali che si sviluppano quando l’attenzione non è prevalentemente orientata verso un compito esterno: il ricordo autobiografico, l’immaginazione, la riflessione su se stessi, la costruzione di scenari futuri e il cosiddetto mind-wandering, ovvero il vagabondaggio mentale.

Questa rete non è, tuttavia, un sistema da spegnere o un meccanismo responsabile esclusivamente dei pensieri indesiderati. Svolge funzioni essenziali per la nostra vita mentale: permette di ricordare, immaginare, attribuire significati alle esperienze e costruire una rappresentazione coerente di noi stessi.

Il problema nasce quando l’attività mentale spontanea diventa ripetitiva, intrusiva o difficilmente regolabile, come può accadere nella ruminazione e nella preoccupazione persistente.

Durante alcune pratiche di mindfulness, gli studi di neuroimaging hanno osservato modificazioni dell’attività e della connettività del DMN. In particolare, alcune ricerche hanno rilevato una riduzione dell’attività in determinate sue regioni o una diversa coordinazione con le reti deputate al controllo attentivo.

Questo non significa che la Presenza Mentale elimini il pensiero spontaneo. Significa piuttosto che può favorire una maggiore capacità di riconoscere quando la mente si è allontanata dall’esperienza e di non rimanere automaticamente intrappolati nei suoi contenuti.

Central Executive Network: la regolazione dell’attenzione

Il Central Executive Network (CEN), o rete esecutiva centrale, comprende regioni coinvolte nei processi di controllo cognitivo, tra cui la corteccia prefrontale dorsolaterale e aree del lobo parietale.

Questa rete interviene quando dobbiamo mantenere un obiettivo mentale, selezionare le informazioni rilevanti, inibire le distrazioni e orientare volontariamente l’attenzione.

Nel contesto della Presenza Mentale, il suo contributo è particolarmente importante perché permette di esercitare una forma di regolazione attentiva consapevole.

Pensiamo, per esempio, a una persona che sta respirando lentamente e si accorge improvvisamente di essere assorta in un pensiero relativo a un problema di lavoro. Nel momento in cui riconosce la distrazione e riporta gentilmente l’attenzione alle sensazioni del respiro, si realizza un processo di monitoraggio e riorientamento attentivo.

La capacità di tornare all’esperienza non richiede di reprimere il pensiero, né di giudicarsi per essersi distratti. Richiede piuttosto di riconoscere ciò che sta accadendo e di scegliere nuovamente dove dirigere l’attenzione.

È proprio questa possibilità di recuperare volontariamente il proprio orientamento mentale che costituisce uno degli aspetti fondamentali dell’allenamento alla Presenza Mentale.

Salience Network: riconoscere ciò che è importante

Il Salience Network (SN), o rete della salienza, comprende soprattutto l’insula anteriore e la corteccia cingolata anteriore.

La sua funzione consiste nel rilevare gli stimoli che, in un determinato momento, risultano particolarmente significativi per l’organismo, sia che provengano dall’ambiente esterno sia che derivino dall’esperienza interna.

Questa rete contribuisce, per esempio, a riconoscere un cambiamento nelle sensazioni corporee, un’emozione intensa, un rumore improvviso o una variazione significativa dell’ambiente.

Nella Presenza Mentale assume un ruolo importante perché partecipa ai processi attraverso i quali diventiamo consapevoli di ciò che sta accadendo e possiamo modificare il nostro orientamento attentivo.

Un esempio semplice: mentre stiamo leggendo, la mente comincia a vagare. A un certo punto ci accorgiamo di non aver più seguito il significato delle parole. Questo riconoscimento costituisce un passaggio fondamentale: qualcosa che prima avveniva automaticamente diventa oggetto di consapevolezza. Da quel momento possiamo decidere di riprendere la lettura con attenzione.

L’insula, inoltre, è particolarmente coinvolta nell’interocezione, cioè nella capacità di percepire e integrare i segnali provenienti dall’interno del corpo, come il battito cardiaco, la respirazione e alcune sensazioni viscerali.

La Presenza Mentale, pertanto, non riguarda soltanto la concentrazione sugli stimoli esterni: comprende anche una maggiore disponibilità a riconoscere e osservare l’esperienza corporea.

Neuroplasticità: quando l’allenamento modifica il funzionamento cerebrale

Uno degli aspetti più interessanti delle neuroscienze della mindfulness riguarda la neuroplasticità, ovvero la capacità del sistema nervoso di modificare la propria organizzazione funzionale e, in determinate condizioni, alcune caratteristiche della propria struttura in risposta all’esperienza e all’apprendimento.

Il cervello non è un organo statico. Le connessioni tra neuroni, l’efficienza di alcuni circuiti e il modo in cui le diverse regioni collaborano possono modificarsi nel tempo. Anche l’allenamento delle capacità attentive e di regolazione emotiva può contribuire a questi processi.

Le ricerche sulla mindfulness hanno indagato in particolare alcune regioni cerebrali coinvolte nella gestione delle emozioni, nella consapevolezza corporea e nei processi cognitivi.

L’amigdala e la reattività emotiva. L’amigdala è una struttura coinvolta nell’elaborazione della rilevanza emotiva degli stimoli, in particolare di quelli associati alla minaccia. Non è semplicemente il «centro della paura», ma partecipa a una rete più ampia di processi di valutazione e risposta emotiva. Alcuni studi hanno osservato, in seguito a programmi di mindfulness, una riduzione della sua reattività a determinati stimoli emotivi e modificazioni della connettività con le regioni prefrontali. Questi risultati suggeriscono un possibile miglioramento della regolazione emotiva, non la disattivazione dell’amigdala.

La corteccia prefrontale e il controllo cognitivo. Le regioni prefrontali partecipano alla pianificazione, alla regolazione dell’attenzione, alla valutazione delle conseguenze e alla modulazione delle risposte emotive. Alcune ricerche hanno associato la pratica meditativa a differenze nell’attività e nella connettività di queste aree. Tuttavia, non è corretto affermare che la mindfulness determini necessariamente un ispessimento della corteccia prefrontale: i risultati strutturali non sono uniformi e dipendono da numerosi fattori.

L’ippocampo e la memoria. L’ippocampo è essenziale per la formazione e il consolidamento di molti tipi di memoria e partecipa alla regolazione della risposta allo stress. Alcuni studi hanno rilevato associazioni tra pratica meditativa e modificazioni in questa regione. Anche in questo caso, le evidenze non consentono di affermare che la mindfulness produca sistematicamente un aumento della materia grigia ippocampale o un potenziamento generalizzato della memoria.

Il quadro che emerge è quindi interessante, ma deve essere interpretato con attenzione: la neuroplasticità è una possibilità biologica documentata, mentre la natura, l’entità e la stabilità dei cambiamenti associati alla mindfulness sono ancora oggetto di studio. Le evidenze sulle modificazioni funzionali e della connettività cerebrale risultano, al momento, più coerenti di quelle relative ai cambiamenti anatomici.

 

Presenza Mentale, ansia e regolazione dello stress

L’ansia è una condizione complessa, nella quale intervengono processi cognitivi, emotivi, fisiologici e comportamentali. Non può essere ridotta a una semplice alterazione chimica, né identificata esclusivamente con l’attivazione di un singolo sistema cerebrale.

Un ruolo importante nella risposta fisiologica allo stress è svolto dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, comunemente indicato con la sigla HPA. Quando l’organismo percepisce una situazione come minacciosa o particolarmente impegnativa, questo sistema contribuisce ad attivare una risposta ormonale che coinvolge, tra gli altri, il cortisolo.

Parallelamente, il sistema nervoso autonomo partecipa alla mobilitazione dell’organismo attraverso modificazioni della frequenza cardiaca, della respirazione e di altre funzioni fisiologiche.

La Presenza Mentale può contribuire alla regolazione di questi processi, soprattutto perché permette di riconoscere più precocemente le proprie reazioni e di modificare il rapporto con i pensieri e le sensazioni che le accompagnano.

Quando una persona si accorge di essere entrata in una spirale di preoccupazione, può imparare a riconoscere il pensiero come un evento mentale, anziché considerarlo automaticamente una previsione attendibile o una minaccia imminente. Questa distanza non elimina il problema concreto, ma può ridurre la tendenza a reagire in modo automatico e amplificare ulteriormente lo stato di allarme.

Anche la respirazione consapevole può contribuire alla regolazione fisiologica. Un’attenzione non forzata al respiro, soprattutto quando si accompagna a un ritmo respiratorio lento e confortevole, può favorire una maggiore regolazione dell’attività autonomica. Non si tratta di un comando diretto della corteccia prefrontale sull’amigdala, ma dell’interazione tra processi attentivi, interpretazione degli stimoli e sistemi fisiologici di regolazione.

Cortisolo e risposta allo stress

Tra i parametri biologici più studiati vi è il cortisolo. Alcune revisioni sistematiche e meta-analisi indicano che gli interventi basati sulla mindfulness e altre pratiche di gestione dello stress possono produrre riduzioni dei livelli di cortisolo, sebbene l’entità dell’effetto vari tra gli studi e in funzione delle caratteristiche degli interventi.

Questo dato è rilevante perché suggerisce che le pratiche di consapevolezza non agiscono soltanto sulla percezione soggettiva dello stress, ma possono associarsi anche a modificazioni misurabili di alcuni indicatori fisiologici. Non significa, tuttavia, che ogni esercizio di Presenza Mentale riduca automaticamente il cortisolo o che questa pratica costituisca un trattamento autonomo per tutti i disturbi d’ansia.

GABA, serotonina e dopamina: attenzione alle semplificazioni

Nel descrivere gli effetti della Presenza Mentale vengono talvolta citati tre neurotrasmettitori: GABA, serotonina e dopamina.

Il GABA è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale e contribuisce a regolare l’eccitabilità neuronale. La serotonina partecipa a numerosi processi, tra cui la regolazione dell’umore, del sonno e dell’appetito. La dopamina è coinvolta nei meccanismi della motivazione, dell’apprendimento, della ricompensa e della selezione delle azioni.

È tuttavia necessario distinguere il ruolo fisiologico di queste sostanze dalle affermazioni sui loro cambiamenti durante la mindfulness. Le attuali evidenze non consentono di sostenere, in modo generale e definitivo, che la pratica della Presenza Mentale aumenti sistematicamente i livelli cerebrali di GABA, serotonina o dopamina, né che produca una specifica normalizzazione della loro attività nelle persone ansiose.

La ricerca sui neurotrasmettitori è complessa: le variazioni osservate in determinati contesti sperimentali non possono essere automaticamente estese a ogni forma di meditazione o a ogni individuo.

È quindi più corretto affermare che la mindfulness può influenzare i sistemi cerebrali e fisiologici coinvolti nella regolazione dello stress e delle emozioni, senza attribuire a un singolo neurotrasmettitore la responsabilità dei suoi effetti.

La Presenza Mentale come capacità di abitare l’esperienza

Dalle ricerche neuroscientifiche emerge una prospettiva particolarmente interessante: la Presenza Mentale non consiste nell’impedire alla mente di pensare, ma nel modificare il rapporto che intratteniamo con il nostro stesso pensiero.

La mente continuerà a ricordare, immaginare, prevedere, associare e costruire significati. Sono funzioni indispensabili e non devono essere eliminate. Ciò che può cambiare è la nostra capacità di riconoscere questi processi mentre si manifestano, evitando di esserne continuamente trascinati.

La Presenza Mentale è, in questo senso, una forma di consapevolezza attiva: permette di osservare un’emozione senza identificarci completamente con essa, riconoscere un pensiero senza considerarlo necessariamente un fatto, percepire una sensazione senza reagire in modo immediato.

È una capacità che può essere allenata e che coinvolge l’attenzione, la consapevolezza corporea e la regolazione emotiva.

La sua espressione più autentica non è necessariamente il «qui e ora», ma quel preciso contesto percettivo e coscienziale identificabile con “ADESSO” nel quale la persona torna a essere consapevole della propria esperienza attuale, senza doverla modificare, anticipare o giudicare in ogni momento.

Essere “presenti” significa essenzialmente saper vivere ciò che accade mentre accade. In altre parole, spingendosi oltre l’immediatezza racchiusa nella condizione di “essere”, è possibile raggiungere la modalità ben più funzionale, financo illuminante, di “accorgersi di essere”. Non soltanto in un luogo e in un tempo precisi e riconoscibili, bensì sentendo profondamente il proprio corpo e cogliendo i moti spontanei che solcano incessantemente la psiche. 

 

Bibliografia Essenziale

  • Signal or Noise: Brain Network Interactions Underlying the Experience and Training of Mindfulness.
    Trends in Cognitive Sciences, 2016, Amsterdam.
  • Resting-State fMRI Functional Connectivity and Mindfulness in Clinical and Non-Clinical Contexts: A Review and Synthesis.
    Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 2022, Amsterdam.
  • Focused Attention Meditation in Healthy Adults: A Systematic Review and Meta-Analysis of Cross-Sectional Functional MRI Studies.
    Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 2022, Amsterdam.
  • The Mindful Brain: A Systematic Review of the Neural Correlates of Trait Mindfulness.
    Isaac N. Treves et al., Journal of Cognitive Neuroscience, 2024, Cambridge, Massachusetts.
  • Mindfulness on the Brain: A Review of Structural and Functional MRI Findings in Mindfulness-Based Stress Reduction.
    European Journal of Radiology, 2026, Amsterdam.
  • Effectiveness of Stress Management Interventions to Change Cortisol Levels: A Systematic Review and Meta-Analysis.
    Psychoneuroendocrinology, 2023, Oxford.

 

Autor: Maria Chiara Colli
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