PSICONSULTING

Prenderci Cura della Psiche è il nostro Compito Essenziale

Allarme Batofobia: la paura delle Profondità non è solo un dato clinico, ma un segno del nostro tempo.

Autor: Maria Chiara Colli – segui su:

Nella pratica psicoterapeutica e nella letteratura scientifica, ma anche nelle recenti rilevazioni statistiche, si osserva un aumento delle forme d’ansia legate alla verticalità, alla perdita di controllo e alla discesa in territori ignoti. Non è un incremento “epidemiologico” in senso stretto, perché la Batofobia non è una categoria diagnostica autonoma nei manuali internazionali, tuttavia, è sempre più frequente menzionarne la definizione in chiave di metafora clinica: la paura di “scendere troppo in profondità”, di “contattare le proprie ombre”, di confrontarsi con quegli aspetti nascosti che confinano con le nostre fragilità più ancestrali.  

Come ogni altra paura, la sua parvenza protettiva è sostanzialmente ingannevole ai fini di una reale evoluzione, poiché ci allontana da ciò che potrebbe salvarci. In particolare, la Batofobia intesa nel suo senso intrapsichico, insorge per custodire gelosamente ciò che, al contrario, dovrebbe essere liberato.

In psicologia del profondo, l’Ombra non è un crogiuolo di difetti o di fantasmi emotivi, bensì un vero e proprio serbatoio di risorse e di facoltà straordinarie. Ogni volta che evitiamo di inoltrarci in  profondità, ci precludiamo l’incontro con le nostre Creatività, Intuizione, Forza, Determinazione e Sensibilità.

In psicoterapia, la ‘discesa’ è sempre un movimento trasformativo. Quando un contenuto inconscio viene nominato, la neuroplasticità modifica le connessioni e ciò che era percepito come una minaccia diventa semplicemente un’informazione.
Nel lavoro psichico, la profondità non è una dimensione di discesa fine a se stessa, bensì orientata alla vera risalita, resa rigenerante e trasformativa grazie ai tesori raccolti sui fondali.

Lo psicoanalista Carl Gustav Jung, in Aion (Bollingen Series, Princeton University Press, 1951), definisce l’Ombra come “ciò che l’Io non desidera essere”. La profondità è il luogo dove l’Ombra vive: non è un abisso ostile, ma un archivio di possibilità non ancora integrate.
La Batofobia, da questa prospettiva, è la paura di incontrare ciò che abbiamo escluso dalla nostra identità.

Lo psichiatra James Hillman, in The Dream and the Underworld (Harper & Row, 1979), ribalta la visione ascensionale della psicologia occidentale, evidenziando come la crescita psicologica non avviene salendo, bensì scendendo. La profondità è il regno delle immagini archetipiche, dei simboli che non obbediscono alla logica dell’Io.
Temere la profondità significa temere la ricca complessità della psiche, la sua natura sconfinata.

La psicoterapeuta Clarissa Pinkola Estés, in Women Who Run with the Wolves (Ballantine Books, 1992), racconta la “discesa” come un ritorno alla Natura Selvaggia dell’Anima. Al centro della sua opera, il personaggio trasformativo e taumaturgico della Loba, che “raccoglie le ossa”, abita nelle grotte, nei canyon, nei luoghi dove la luce non arriva.
E, in questa chiave, la Batofobia è la paura di recuperare ciò che è stato spezzato.

Dal punto di vista neuropsicologico, la paura delle profondità è una declinazione dell’ansia anticipatoria. Il cervello interpreta la verticalità reale o simbolica – come una perdita di orientamento.
La Batofobia, in questa chiave, è una disfunzione del dialogo tra reti limbiche e reti esecutive: la parte profonda del cervello segnala un pericolo che la parte razionale non riesce a decodificare.

Il risultato è un evitamento, che ci vieta di scendere, esplorare, contattare ciò che può destabilizzarci.
Ma ciò che evitiamo, ci governa.

Le strutture coinvolte sono le stesse che regolano la percezione del rischio e dell’ignoto: l’amigdala, l’insula, la corteccia cingolata anteriore.
L’amigdala, descritta da Joseph LeDoux in The Emotional Brain (Simon & Schuster, 1996), è il primo sensore di allarme, registra la minaccia prima che la coscienza possa valutarla.
L’insula, studiata da A.D. Craig in Interoception: The Sense of the Physiological Condition of the Body (Nature Neuroscience, 2002), traduce le sensazioni corporee in stati emotivi: quando “scendiamo”, l’insula amplifica la percezione di vulnerabilità.
La corteccia cingolata anteriore, analizzata da Matthew Lieberman in Social: Why Our Brains Are Wired to Connect (Crown, 2013), tenta di modulare la risposta emotiva, ma fallisce quando l’ignoto supera la soglia di tollerabilità.

Oggigiorno, la Batofobia non è sempre più diffusa non solo per motivi legati alla sovraesposizione allo stress, bensì perché la profondità è diventata controculturale. Viviamo in una “cultura della superficie” in cui evitare di “approfondire” è, in certo senso, un atto di resistenza psicologica.
I miti contemporanei della velocità, la performatività, la sovraesposizione costante ci spingono verso un’identità “in quota”: sempre visibile, sempre attiva, sempre controllata. La profondità, invece, richiede lentezza, silenzio, vulnerabilità. Richiede di sostare. Richiede di non sapere.

La Batofobia è una paura tipicamente contemporanea, che nasce dall’illusione che la superficie sia più sicura della profondità. Ma nel linguaggio della psiche, scendere significa integrare, riconoscere, recuperare. E conduce inesorabilmente ad incontrare l’Ombra, per scoprire finalmente che non è un nemico, bensì una guida preziosa, custode e prodiga delle nostre migliori risorse.

Bibliografia

Craig, A. D. (2002). How do you feel? Interoception: The sense of the physiological condition of the body. Nature Reviews Neuroscience, 3, 655–666.

Hillman, J. (1979). The dream and the underworld. Harper & Row.

Jung, C. G. (1951). Aion. Princeton University Press.

LeDoux, J. (1996). The emotional brain. Simon & Schuster.

Lieberman, M. D. (2013). Social: Why our brains are wired to connect. Crown.

Pinkola Estés, C. (1992). Women who run with the wolves. Ballantine Books.

Colli, M. C. (2024). Oltre la pauraSciogli i nodi delle tue paure e scegli la Vita che vuoi -. Bookness.

Autor: Maria Chiara Colli
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