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Il pianto emotivo: ‘Oro’ Neurobiologico per drenare il Sistema Nervoso

Autor: Maria Chiara Colli – segui su:


Piangere
è una funzione naturale e profondamente biologica, celebrata attraverso i secoli da folti filoni di letteratura poetica o narrativa ma, al contempo, puntualmente svilita da larghe fasce sociali educate al ‘culto della durezza caratteriale’. 

Negli ultimi decenni in particolare, con il lento ma inesorabile declino della cultura patriarcale – che per molto tempo ha attribuito alle lacrime unicamente un senso di imbarazzante fragilità – l’idea che “piangere fa bene” si è andata sempre più diffondendo in ogni strato della società contemporanea.

Allo stato attuale, i benefici potenzialmente insiti nell’atto del pianto vengono declamati, quotidianamente e a gran voce, da chiunque detenga una qualsivoglia competenza nell’ambito della Salute e del Benessere, delle Scienze Umane e Sociali, delle discipline artistiche, ma anche nel mondo dello spettacolo, dell’informazione, e perfino della politica.
Un coro di voci, pressoché unanime, che si leva da ogni comparto del sapere umano, nonché dalle diverse o opposte fazioni che ne animano i dibattiti e le diatribe, ma che non mancano di concordare sulla rivalutazione umana e culturale del pianto: che libera, che alleggerisce, che scioglie nodi invisibili, o che si fa garante di una rispettabile soglia di sensibilità. E in fondo a tali convinzioni, c’è sempre un’idea semplice e antica, dotata del potere rassicurante di ogni placebo popolare: quando tratteniamo ciò che interiormente pesa, il suo carico finisce col gravare sul cuore, sul respiro, nelle ossa. E si fa custode del nostro dolore, della paura, della rabbia.
Le lacrime, al contrario, insorgono spontaneamente per ripulire le scorie emozionali, drenare la mente, i pensieri, idratare lo sguardo, e aprire i polmoni. Non è debolezza, dicono. È una soluzione naturale per rimettersi in equilibrio.

Tuttavia, rivalutare la funzione del pianto non significa solo restituire dignità a un gesto che le società passate hanno, troppo spesso, interpretato unicamente come cedimento o debolezza. Significa comprenderne a fondo natura e funzione, esplorandole attraverso le lenti, impassibili e rivelatrici, della scienza.
In quest’ottica, piangere si rivela un potente meccanismo di protezione neurobiologico, il cui fine è drenare lo stress in eccesso, prevenendone la tossicità cronica attraverso un flusso emuntore di vera e propria “manutenzione”, emotiva e fisiologica.
E’ una sofisticata strategia di igiene interna che ripristina gli equilibri e rimette in circolo energia.
Ogni volta che le lacrime emozionali sgorgano dalle orbite oculari, il nostro corpo sta infatti svolgendo un’azione ben più complessa ed intelligente di quanto appaia: sta modulando l’eccesso di cortisolo, l’ormone che ci permette di reagire allo stress ma che, quando rimane troppo a lungo in circolo, agisce come un pesante infiammatorio che, sul lungo periodo, produce effetti logoranti sul nostro sistema nervoso e di auto regolazione.

In questo senso, è importante sottolineare che il cortisolo non è un “nemico” da sconfiggere, bensì è un’eccellente sostanza di adattamento che ci sveglia al mattino, ci aiuta a concentrarci, ci permette di affrontare un imprevisto.
Ma quando la vita chiede troppo e troppo a lungo, i livelli di cortisolo aumentano, talora vertiginosamente, e il nostro sistema psicofisico innesca i giusti meccanismi per ripristinare l’equilibrio.

Uno di questi è il pianto emotivo: le lacrime che versiamo per tristezza, frustrazione, commozione o sovraccarico tensivo sono infatti chimicamente diverse da quelle che produciamo per lubrificare l’occhio o per proteggerlo da una irritazione.
Le lacrime emotive contengono una concentrazione più alta di cortisolo e di innumerevoli, ulteriori mediatori dello stress.
Quando il pianto irrompe, a gocce o a fiumi, è come se il corpo aprisse una piccola valvola di sfogo per abbassare la pressione interna. Non è una metafora: è fisiologia.
Mentre piangiamo, il sistema nervoso parasimpatico — quello che ci riporta alla calma — prende gradualmente il sopravvento: il respiro cambia ritmo, il battito rallenta, la muscolatura si decontrae. È un reset neurobiologico. Molte persone lo descrivono come “sentirsi svuotati”, “respirare meglio”, “vedere più chiaro”. In realtà, ciò che percepiscono è la diminuzione dell’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene: la centrale psicocorporea che produce cortisolo.

Infatti, quando piangiamo sotto la spinta emozionale, l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene, che regola la produzione di cortisolo, comincia a rallentare la sua attività. È come se il cervello, attraverso il pianto, inviasse un segnale di “fine allerta”. E poiché le lacrime emotive contengono effettivamente una concentrazione più alta di cortisolo rispetto alle lacrime basali o riflesse, il corpo utilizza il pianto come una via di eliminazione dell’ormone in eccesso.
Allo stesso tempo, l’amigdala riduce la sua attivazione e il sistema parasimpatico prende il sopravvento, abbassando la frequenza cardiaca e facilitando quella sensazione di sollievo che arriva subito dopo. È un processo integrato: il cervello spegne gradualmente i circuiti dello stress e riattiva quelli della calma, e le lacrime diventano il segno visibile di questa transizione neurobiologica verso l’equilibrio.

Piangere è un segno linguistico del corpo che dice: sto rilasciando, sto tornando a me.
È un atto di autoregolazione, non di cedimento. È una delle infinite manifestazioni di intelligenza biologica che ci permette di non rimanere intrappolati in uno stato di allerta incessante.

Ma c’è un aspetto ancora più umano e troppo spesso ignorato: il pianto crea connessione.
Quando qualcuno ci vede piangere, il suo cervello attiva circuiti di empatia e cura. È un segnale sociale antico che evoca le nostre facoltà naturali di chiedere o offrire aiuto.
E anche questo fenomeno ha effetti modulatori sul cortisolo in eccesso e sulla risposta allo stress: la presenza di un altro essere umano pronto a sostenerci è, per molti, uno dei più potenti calmanti naturali. L’amigdala, che fino a un attimo prima teneva alto il livello di allerta, riduce la sua attività; la corteccia prefrontale si riaccende e riprende a regolare; l’ossitocina aumenta, facilitando fiducia, apertura, rilassamento. È come se il sistema nervoso dicesse: “Non sei più solo, puoi abbassare le difese”.

Per questo, quando piangiamo in presenza di qualcuno che sa offrirci accoglienza e riparo, il sollievo è più rapido e più profondo. Il corpo non si limita a rilasciare cortisolo attraverso le lacrime: riceve un segnale esterno che amplifica la regolazione interna. La presenza dell’altro si fa garante del patto innato che esiste inconsciamente tra gli esseri umani e che ci ricorda quanto la nostra natura possa contare su quei valori di reciprocità relazionale che, in casi estremi, diventano veri e propri salvavita.

Bibliografia

– Bonanno, G. A. (2009). The Other Side of Sadness: What the New Science of Bereavement Tells Us About Life After Loss. BasicBooks. -Vingerhoets, A. J. J. M. (2013). Why Only Humans Weep: Unraveling the Mysteries of Tears. Oxford University Press.
-Messina, G., & Parisi, R. (2018). Le lacrime come segnale emotivo e sociale: una prospettiva psicologica. Psicologia della Salute 2.
-Hendriks, M. C. P., Croon, M. A., & Vingerhoets, A. J. J. M. (2008). Social reactions to adult crying: The help-soliciting function of tears. Journal of Social Psychology, 148(1), 22-42.
-Simon, T. J., & Nath, J. L. (2004). The emotional tears of adults: What emotional tears convey to observers. Journal of Nonverbal Behavior, 28(4), 223-243.

Autor: Maria Chiara Colli
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