Il termine motivazione deriva dal latino “motus“, che significa movimento, e dal verbo “movere“, che significa muovere o spingere all’azione. L’etimologia latina ne evidenzia inoltre l’unione tra i sostantivi “motivo” e “azione“, dando luogo ad una definizione linguistica che può efficacemente sintetizzarsi in “impulso che induce ad agire, a muoversi per un motivo”.
In Psicologia Clinica e del Lavoro, invece, la parola motivazione acquisisce significati più profondi e specifici, che evocano il concetto di “attivazione o spinta endogena atta a sostenere il sistema psicofisico nel perseguimento di bisogni autentici”. Un processo dinamico, dunque. Un costrutto che prende vita attraverso l’interazione tra attitudini individuali, emozioni, risorse ed esigenze profonde.
E’ il principio organizzatore che dà senso e forza al movimento, capace di trasformare un’idea in un progetto realizzabile o un desiderio in una sequenza di azioni mirate.
Oggi, la parola motivazione ricorre con frequenza nei contesti professionali, ma la sua importanza è celebrata a gran voce in ogni ambito di vita, sia privata che relazionale.
Ovunque entrino in gioco le prestazioni individuali o i contributi affettivi, che ciascuno è chiamato prima o poi ad offrire all’interno del proprio ambiente sociale, la presenza di una dose aggiuntiva di motivazione è determinante nella qualità sia dell’azione che del risultato.
Questo è inequivocabilmente percepibile dal soggetto che agisce ma anche da parte di coloro che sono, in via più o meno diretta, coinvolti nel processo. Inoltre, riguarda qualsiasi tipo di attività: dall’organizzazione di un viaggio alla ricerca di una nuova casa, ma anche circostanze di ordine quotidiano, come l’acquisto di un regalo, l’allenamento sportivo, la frequentazione di un corso.
La motivazione rende ogni circostanza più coinvolgente, ogni difficoltà meno onerosa, ogni percorso più entusiasmante.
Quando siamo sospinti dal suo impeto generoso, risultiamo contestualmente più credibili, affidabili e piacevoli a coloro che ci circondano o che condividono con noi un progetto, un’esperienza, una sfida.
Al contrario, la sua mancanza non manca di evocare, sul breve o sul lungo periodo, un senso di apatia nella vita familiare o di coppia, sul posto di lavoro, tra amici e perfino nelle attività di svago o di rigenerazione psicofisica.
In parole semplici, possiamo pensare alla motivazione come ad un’ efficace rifornitura energetica, capace di sospingerci attraverso gli ostacoli e gli sforzi che ci separano da una meta, ma anche di accendere la nostra luce interiore facendoci brillare in modo unico.
Per questo motivo, molte persone oggi non si limitano a bramare, più o meno consciamente, il contributo attivante della spinta motivazionale quando sono dinnanzi ad obbiettivi ardui, bensì si sentono chiamati ad ostentarne o addirittura a simularne le sensazioni tipiche: come se, per sentirsi amati o amabili dagli altri, fosse necessario, o quantomeno consigliabile, manifestare costantemente entusiasmo, tenacia e determinazione nello svolgere le proprie attività, quotidiane o straordinarie che siano.
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Eppure, tra le frange più disparate della società contemporanea, esaminando le diverse fasce di età, generi sessuali o categorie lavorative, quella tanto desiderabile miscela emotiva e neurale che coincide col costrutto di motivazione sembra diventare ogni giorno più rara e, dunque, ancor più preziosa.
Questo non accade perché le persone sono improvvisamente diventate apatiche o disinteressate a ciò che le circonda.
La carenza di motivazione ‘sostenibile’, ovvero destinata a durare nel tempo, è una delle conseguenze più ovvie di un orientamento culturale, oltremodo pervasivo e incessante, che fornisce continuamente gli obiettivi ed i modelli da perseguire, meglio se rigorosamente in massa.
Il problema non è tanto la qualità, spesso artefatta o irraggiungibile, di tali modelli ed obbiettivi, bensì il carattere che li contraddistingue: preconfezionato, uniformante, talora perentorio. E’ sempre accaduto, in ogni epoca e società, che mode e tendenze di massa condizionassero i comportamenti e i desideri delle persone, ma mai ad un ritmo serrato ed ossessivo come quello contemporaneo.
In tale scenario, l’innegabile contributo pervasivo della tecnologia nel diffondere incessantemente obbiettivi e oggetti, di desiderio o di riferimento, rigorosamente generalizzati e dunque poco autentici, gioca un ruolo decisivo nell’alimentare un tipo di motivazione illusoria e volubile che è destinata a spegnersi alle prime difficoltà.
Quando si viene insistentemente indotti a spendere le proprie risorse, di tempo, di denaro o di energia, nel coltivare risposte a richieste esterne anziché nell’investire su ciò che è sentito come proprio e realmente appassionante, il terreno psichico inaridisce e il seme della motivazione autentica non può attecchire.
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La configurazione neurofisiologica della motivazione conferisce potenza ed efficacia all’azione, se origina da un bisogno profondo, un’attitudine innata o un ideale sincero, altrimenti può farsi motore dell’animo umano solo per tempi limitati, poiché è priva di quella forza autentica che infonde in tenacia, disciplina, perseveranza.
La motivazione non diventa fragile perché manca la volontà, ma perché manca la connessione con ciò che, per ciascuno a suo modo, è significativo.
In altre parole, quando inseguiamo mete che non ci appartengono realmente, il sistema motivazionale si affievolisce fino ad estinguersi, al pari di un fuoco che non trova l’ossigeno necessario per divampare.
Attraverso i contributi preziosi di grandi ricercatori, la psicologia contemporanea suggerisce, pressoché all’unanimità, un principio di fondo, sinteticamente orientato verso la semplificazione: la motivazione non si alimenta “aggiungendo sforzo”, bensì “eliminando il rumore di fondo, le distrazioni incessanti che distolgono dalla propria verità e dai propri scopi”.
A seguire, una sintesi delle 3 delle principali Teorie Psicologiche che ne forniscono una visione attendibile, concepite attraverso studi e ricerche sistematiche:
La prima è la Self‑Determination Theory di Edward Deci e Richard Ryan, formulata nel 1985.
Secondo questa teoria, la motivazione emerge spontaneamente quando tre bisogni psicologici fondamentali – autonomia, competenza e relazione – sono soddisfatti.
È uno dei modelli più studiati al mondo, dotato di solide basi empiriche.
Deci e Ryan evidenziano che la motivazione intrinseca nasce quando la persona sente che la scelta è davvero sua, che può riuscire e che non è sola.
Una teoria che restituisce dignità alla libertà psicologica e all’autodeterminazione.
La seconda è la Expectancy‑Value Theory di John William Atkinson, che risale al 1957.
Atkinson sostiene che la motivazione dipende dall’incontro tra l’aspettativa di riuscire e il valore attribuito all’obiettivo: se uno dei due valori è basso, la motivazione crolla.
È un modello elegante, che spiega perché possiamo desiderare qualcosa ma non riuscire a muoverci verso di essa: il valore c’è, ma l’aspettativa è fragile. Oppure il contrario: ci sentiamo capaci di agire, ma non riusciamo a trovare un senso per farlo.
La terza è la Teoria del flusso di Mihály Csíkszentmihályi, formulata nel 1975.
L’autore concepisce il concetto di flusso per sintetizzare quella particolare e straordinaria configurazione psicofisica che ha luogo quando siamo assorbiti totalmente da ciò che stiamo facendo: uno stato di “immersione totale” in una specifica attività, in cui il tempo sembra cambiare consistenza.
Csíkszentmihályi dimostra che la motivazione è realistica e sostenibile quando vi è equilibrio tra difficoltà della sfida e competenza individuale.
In parole semplici: se qualcosa è troppo facile annoia, ma se è troppo difficile paralizza.
Al contrario, il flusso rappresenta la forma più pura di motivazione intrinseca, quella in cui l’azione acquisisce una vitalità talmente propria da diventare fine a se stessa.
Le tre teorie citate, seppur molto diverse tra loro, convergono vistosamente su un punto fermo: la motivazione non è un atto di forza, ma un processo di allineamento. Ed è autentica, quindi durevole, quando “ciò che realmente vogliamo” è coerente con “ciò che verosimilmente possiamo” e con “ciò che spontaneamente sentiamo”.
Da una prospettiva complementare ed illuminante, le neuroscienze contemporanee sono in grado di illustrare l’architettura, cerebrale e neuroendocrina, della motivazione:
Il sistema motivazionale non è localizzato in un’unica area del cervello, bensì è un circuito distribuito che coinvolge più strutture emotive, cognitive e sensoriali.
Il cuore neurobiologico della motivazione è il sistema dopaminergico mesolimbico, che comprende l’area tegmentale ventrale (VTA) e il nucleus accumbens.
(E’ importante chiarire che la dopamina non è il ‘neurotrasmettitore del piacere’, come spesso si crede, bensì il ‘neurotrasmettitore dell’anticipazione’. La dopamina non gratifica per forza: fa muovere verso qualcosa che merita energia o attenzione).
Accanto a questo sistema, l’amigdala contribuisce a valutare la rilevanza emotiva degli stimoli, mentre la corteccia prefrontale dorsolaterale e ventromediale integra informazioni cognitive, valori, obiettivi e conseguenze.
La motivazione nasce quindi da un dialogo continuo tra ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e ciò che riteniamo importante.
Grazie alle neuroscienze, possiamo mettere a fuoco anche la correlazione neurale tra il circuito della motivazione e quello della previsione: il cervello non si attiva per ciò che è certo, ma per ciò che è possibile.
La motivazione è dunque un fenomeno probabilistico: un movimento verso ciò che il cervello valuta come raggiungibile oltre che significativo.
La visione neuroscientifica conferma ciò che la clinica osserva da sempre: la motivazione non è intensità, ma orientamento. Una sorta di “bussola identitaria” che indica la direzione in cui la nostra psiche sente di poter evolvere.
E quando viene a mancare, non è un fallimento personale: è un segnale clinico che ci invita a riconsiderare il contesto, il significato, la direzione.
Bibliografia
- Deci, E. L., & Ryan, R. M. (1985). Intrinsic Motivation and Self-Determination in Human Behavior. New York: Plenum Press.
- Atkinson, J. W. (1957). Motivational determinants of risk-taking behavior. Psychological Review, 64(6), 359-372.
- Csíkszentmihályi, M. (1975). Beyond Boredom and Anxiety: Experiencing Flow in Work and Play. San Francisco: Jossey-Bass.
- Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2017). Self-Determination Theory: Basic Psychological Needs in Motivation, Development, and Wellness. New York: Guilford Press.
- Salamone, J. D., & Correa, M. (2012). The mysterious motivational functions of mesolimbic dopamine. Neuron, 76(3), 470-485